Caso di caso di Garlasco: rispetto per le indagini, – Riflessioni, rispetto e verità
Quello che voglio esprimere è un pensiero personale, maturato sia osservando ciò che viene detto sui social, sia ascoltando trasmissioni televisive.
Nel caso di Garlasco trovo assurdo che tante persone, spesso pseudo-giornalisti o semplici opinionisti, parlino come se fossero investigatori, criminologi, consulenti o psicologi forensi. La realtà è che le indagini non si fanno in TV o su Facebook: in Italia, le indagini penali le coordina la Procura della Repubblica, che dirige la polizia giudiziaria, raccoglie le prove e verifica ogni elemento secondo le procedure di legge.
È vero, nell’inchiesta del 2007 ci sono state anomalie. Oggi è facile, col senno di poi, puntare il dito sugli errori commessi allora. La domanda che molti si pongono è se si sia trattato di inesperienza o di errori voluti. Fatto sta che, all’epoca, l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente su Alberto Stasi.
Oggi, con la nuova indagine e le verifiche della Procura, sembra si stia tornando a un metodo d’indagine più accurato: riascoltare i testimoni, confrontare le dichiarazioni e controllare informazioni che nel 2007 non furono adeguatamente verificate.
Da investigatore privato professionista, con 40 anni di esperienza, credo sia fondamentale rispettare chi lavora oggi su questo caso, ma anche chi ha condotto le prime indagini. Se ci sono stati errori, sarà la Procura ad accertarli e a trarne le conseguenze. È altrettanto importante rispettare sia gli indagati, sia la memoria di Chiara Poggi, vittima innocente di questa vicenda.
Chi non opera nel campo delle investigazioni dovrebbe evitare di fare supposizioni o processi mediatici. Il rispetto del Codice di procedura penale e delle regole per la raccolta delle prove è l’unica via per arrivare alla verità. In trasmissione, tutti si sentono esperti, ma la realtà è che fare l’investigatore richiede anni di esperienza, competenze specifiche e un’abilitazione formale.
Chi vuole diventare polizia giudiziaria deve superare concorsi pubblici; chi vuole diventare investigatore privato deve avere capacità tecniche e l’autorizzazione prevista dalla legge. Fino ad allora, il ruolo di chi osserva dovrebbe limitarsi all’ascolto e, nel caso dei giornalisti, alla corretta trasmissione dei fatti, senza creare opinioni o giudizi che possano influenzare l’opinione pubblica e compromettere la giustizia.
Il caso di Garlasco ci insegna che errori procedurali, pressioni mediatiche o interpretazioni personali possono falsare un’indagine e condizionare la verità giudiziaria. Per questo, serve silenzio dove non ci sono competenze e serve rispetto dove c’è il lavoro di chi la giustizia la pratica davvero.
Salvatore Currenti
Direttore della Currenti Investigazioni